Un Natale a Rio de Janeiro

Brasile, Rio de Janeiro, luoghi del paradosso. Un conflitto strisciante che uccide decine di migliaia di persone ogni anno e la capacità di stare al mondo sempre con allegria. Babbi natale, luci, addobbi e alberi si vedono in tutto il Brasile.
Fa un certo effetto il carro trainato dalle renne, con babbo natale vestito tradizionalmente, quindi protetto dal freddo polare, con 35 gradi all’ombra. A Rio l’albero, ogni anno più grande, fluttua nella Lagoa vicino al club sportivo del mitico Flamengo.

Ma anche durante le feste natalizie, è la spiaggia, il luogo dove andare, incontrarsi e stare insieme, giocare sulla neve calda. Copacabana, Ipanema, Leblon, sono scandite da postos, con bagnini vestiti di rosso, che ricordano le torrette da cui si lanciavano i protagonisti di Baywatch. Sono blocchi di cemento aggraziati da teloni istallati su strutture metalliche che vorrebbero essere delle vele. Per un real si possono utilizzare i servizi igienici e fare una doccia.

L’Avenida Atlantica, il grande viale che costeggia la spiaggia viene, nei giorni festivi, chiusa per metà al traffico, aumentando il già grande spazio a disposizione per il continuo struscio. È sempre pieno di gente, di tutti i tipi, turisti, brasiliani, giovani e adulti, meninos de rua e molti vecchi, buona parte degli abitanti del quartiere.

Si va in bicicletta, s’improvvisano spettacoli. Un vecchio con la maglietta di Ronaldo fa vere e proprie acrobazie con palloni e palline di tutte le dimensioni. Su e giù, per guardasi, farsi guardare, parlare, giocare, correre e prendere il sole. I turisti si vedono, si riconoscono, pochi passano in osservati. Come i brasiliani che li guardano con interesse, simpatia, curiosità e alcuni con cupidigia. Animazione incontenibile. Dalla strada all’oceano si alternano diversi palcoscenici, diversi mondi.

La strada chiusa, il primo. Poi l’ampio marciapiede dove sono dislocati chioschi che vendono bibite fresche, fondamentali per sopravvivere al caldo. Dall’agua de coco alla capirinha. Sedie, tavolini e ombrelloni. Montagne di cocchi verdi accatastati, pronti per essere aperti e bevuti. Camelós, venditori ambulanti di parei, cappellini, oggetti di artigianato, pesantissimi dolci baiani come la cocada e carretti che vendono milho, pannocchie bollite e servite calde dentro la stessa foglia, con burro e sale. E gli artisti della sabbia. Dalla fine degli anni ‘90 Alonzo Gomes, un colombiano che ha viaggiato per l’intera America Latina facendo castelli di sabbia, si è fermato a Rio. Insegna ai bambini delle favelas quest’arte. Ormai tutto l’anno lungo la spiaggia sorgono castelli da mille e una notte, ma anche figure umane, sirene o animali, mai lasciati soli dai loro creatori.

Si passa poi alla prima parte dell’enorme spiaggia, dove, bambini e adulti di tutte le classi sociali giocano a futebol, sognando il maracanã.

L’ultimo tratto fino all’acqua è il luogo dell’abbronzatura, dell’incontro, dove nascono e finiscono amori. Si guarda e si è guardati. Dove si beve mate, una sorta di tè freddo. Portato in giro da camelós in fusti di alluminio a tracolla.

Fino ad arrivare all’oceano, pericoloso, ma da assaporare senza sottovalutarne la potenza. A differenza dei numerosi bambini che lo affollano, nell’ennesima contraddizione, allenati a dominarlo con i loro body board.

Copacabana, un luogo dove ogni incontro è possibile con gli stereotipi che si mescolano e inventano il nuovo. Anche nei riti collettivi che contraddistinguono questa città ogni anno è una nuova storia, anche a Natale. Scoprire per credere!

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